IL CERCHIO VUOTO – EN KU DOJO

Posizione: Nuova pagina sulla cucitura tradizionale dell'O-kesa

Riflessioni

Il Buddhismo "puro" non è legato indissolubilmente al Giappone, alla cultura Zen, cinese, coreana, indiana, ecc. Esso propone un principio universale a fondamento del comportamento individuale di ognuno, considerato nel suo specifico ambito; non propone di modellare gli individui e creare una "forma" che vada bene per tutti. Correttamente inteso, è aperto a tutte le forme di comportamento, può essere adattato a quella del "santo" come a quella dell'ultimo dei "peccatori". Il compito di un individuo è quello di portare avanti se stesso fino alla fine, con coraggio e determinazione, senza aver paura della morte, del giudizio degli altri, di sacrificarsi, di diventare povero, di diventare ricco: questo è l'insegnamento. E l'obiettivo è una morte, non una vita; è morire bene avendo ben vissuto, cioè nel rispetto della vita altrui e della propria "natura autentica".

Dai Do Strumia
Il Cammino del cercatore
(Libreria Editrice Psiche 2009)

O-kesa

o-kesa
o-kesa haiku

LA TRADIZIONE DELL'ABITO DEL BUDDHA

Teisho tenuto dalla rev. Candana Karuna
presso l'"International Buddhist Meditation Centre" di Los Angeles
il 24 settembre 2006

tratto dal sito www.urbandharma.org
tradotto dall'inglese e liberamente adattato da Chiara Dai Shin Grassi

Siddharta Gautama, colui che sarebbe diventato il "Buddha", nacque in India nel VI sec. a.C. come componente del clan degli Shakya, e fino all'età adulta condusse una vita protetta, da nobile. L'incontro con malattia, vecchiaia e morte mandò in crisi la sua felicità e lo spinse a prendere in mano la propria vita. Lasciò casa e famiglia per consacrarsi alla ricerca di un rimedio alla sofferenza e, come si usava ai tempi, cambiò le proprie ricche vesti con quelle di un mendicante.

Com'erano le vesti del mendicante? Nelle rappresentazioni, le vesti del Buddha appaiono sempre in buono stato e in tessuti pregiati, e non sporchi o strappati. Forse perché lo rappresentano dopo il raggiungimento del Nirvana, quando presumibilmente le sue vesti erano curate da attendenti e fornite da donazioni.

Anche nelle rappresentazioni del Pratyekabuddha, il Buddha ascetico - guance infossate, occhi incavati e costole rilevate - sebbene di aspetto terribile, il perizoma appare in ordine e pulito. Tutto ciò va preso minimo cum grano salis, giacché non esistono ritratti del Buddha a lui contemporanei. Infatti erano passati già centinaia di anni dall'entrata nel Parinirvana del Buddha, quando qualcuno tentò per la prima volta di rappresentarlo con un'im-magine. E l'arte, per sua stessa natura, tende a idealizzare. E così è inutile osservare le statue o altri manufatti artistici come fonti primarie, perché esse esprimono semplicemente la cultura in cui sono state create.

Ma ecco che cosa ci dicono i sutra sugli abiti che il Buddha indossava nel periodo in cui aveva vissuto da mendicante. Erano fatti di stracci sporchi gettati nell'immondizia, o ciò che in sanscrito viene definito pÄmsÅ«da o pÄmsÅ«la. Ci sono varie liste di ciò che costituisce pÄmsÅ«da. Per esempio: abiti bruciati dal fuoco, tarlati, rosicchiati dai topi, utilizzati per i cadaveri. In giapponese, la parola pÄmsÅ«da si traduce con funzoe, che propriamente significa "straccio per pulire la merda", e indica un'altra possibile fonte.

Questi stracci erano tirati fuori dagli immondezzai lungo le strade, o anche nei luoghi di cremazione dei cadaveri. Le parti non più utilizzabili venivano tagliate via, e i pezzi rimanenti venivano lavati e cuciti insieme senza seguire nessun motivo preciso, fino a formare grosso modo un rettangolo di grandezza sufficiente ad avvolgere e coprire il corpo del mendicante. Poi il rettangolo veniva tinto mediante radici, tuberi, cortecce, foglie, fiori o frutti, e il risultato era una tinta neutra e variegata, definita in sanscrito genericamente kashaya e comprendente tutte le tonalità del colore della terra. Era definito anche come "colore impuro" e "brutto colore", ed era quindi adatto a chi sceglieva di rinunciare a ciò che la società considerava di valore.

Questo è l'abito che Siddharta Gautama indossava nel periodo in cui seguì e superò gli insegnamenti di diversi importanti maestri di quei tempi, e intraprese le più severe pratiche ascetiche arrivando a padroneggiarle perfettamente. Nonostante ciò, le trovò in sostanza vuote di risposte, proprio come la sua vita precedente. E così tornò sui suoi passi, sedette sotto l'albero della Bodhi con le sue domande irrisolte, e trovò la soluzione al problema della sofferenza.

Dopo il conseguimento dell'illuminazione, cominciò a insegnare e molti di coloro che ascoltarono i suoi insegnamenti - mendicanti, asceti che in passato erano stati suoi insegnanti, padri di famiglia, anche suoi stessi famigliari e membri della famiglia reale - lasciarono la loro vita e le loro attività per seguirlo, formando il Sangha dei monaci (e, un po' di tempo dopo, delle monache). Il loro abito non era codificato, e alcuni sutra riferiscono di una certa varietà nel vestire, talvolta anche piuttosto fantasiosa. La tradizione vuole, comunque, che coloro che erano stati ordinati dal Buddha, così come il Buddha stesso, indossassero l'abito kashaya, essenzialmente l'abito indossato ancora oggi in India dai mendicanti.

Questo fu motivo d'imbarazzo per un re seguace del Buddha, il re Bimbasara, che voleva omaggiare i monaci del Sangha buddhista, ma aveva difficoltà a distinguerli in mezzo alla folla. Un giorno, a Magadha, ebbe occasione di conferire col Buddha che stava camminando lungo una risaia, e gli chiese di poter far preparare per i suoi monaci un abito che li distinguesse. Allora il Buddha incaricò Ananda, il suo attendente personale, di disegnare un abito sul motivo dei solchi, ordinati e sfalsati, della risaia.

L'abito originale del Sangha buddhista comprendeva tre parti, ed era per questo denominato tricivara (in sanscrito: "triplice abito"):

  1. Uttarasangha, il normale abito monastico; era un grande rettangolo, circa 6 piedi per 9, da indossare attorno al dorso ricoprendo una o entrambe le spalle. Sebbene tutti e tre gli abiti fossero realizzati in kashaya, questo primo rappresentava la Via del Buddha quando il Sangha si spostava in paesi nuovi, dove essa non era ancora diffusa, e venne denominato l'abito Kashaya. Con il suo motivo a cinque strisce circondate da un bordo, che richiamava la frammentazione delle risaie, era preso a simbolo di colui che segue la Via del Buddha.
  2. Antarasavaka era un abito più corto, indossato dalla cintola al ginocchio come un pareo e allacciato in vita con un cintura di cotone larga e piatta. Secondo le regole monastiche del Vinaya, un monaco poteva indossare questo abito senza nient'altro quando era da solo, quando era ammalato, quando doveva attraversare un fiume, o quando era in attesa di un nuovo Uttarasangha.
  3. Sanghati era un abito supplementare, spesso realizzato in due strati, usato quando era necessario scaldarsi di più o, disteso, come seduta o come giaciglio. Generalmente veniva ripiegato e sistemato su una spalla.

Questo triplice abito viaggiò dall'India attraverso i paesi in cui il Buddhismo si diffuse, e venne adattato a ogni paese e a ogni cultura che incontrò, esattamente come avvenne del Buddhismo.

Una breve parentesi. Già ai tempi del Buddha c'era l'uso di scambiarsi gli abiti usati; i sutra ci raccontano che quando Ananda divenne attendente del Buddha, pose come condizione che non avrebbe preso nessuno degli abiti del Buddha, perché non voleva creare il sospetto di favoritismi. Finché il Buddha insegnò, per quarantacinque anni dopo l'illuminazione, indubbiamente ebbe a che fare con parecchi dei suoi abiti, e ci sono molte storie su questi abiti, o su pezzi di essi.

Una di queste reliquie venne affidata ai buddhisti dello Sri Lanka dall'imperatore Asoka nel IV sec. a.C., ma sfortunatamente essa sparì, o venne distrutta nel corso di una delle tante invasioni dei Chola tra il IX e il XIII sec. d.C.

Un'altra storia di tali abiti viene dal Buddhismo Zen; essa ci racconta che il Buddha lasciò in testamento un suo abito a Mahakasyapa per la sua intuizione profonda, manifestata quando il Buddha si presentò all'assemblea dei discepoli tenendo in mano un fiore e restando in silenzio, e Mahakasyapa sorrise, unico a comprendere ciò che il Buddha stava insegnando. Alcuni credono che Bodhidharma (il 28° patriarca indiano e 1° patriarca cinese) portò con sé in Cina questo importante abito e, a quanto si dice, esso passò di patriarca in patriarca fino al 5°, che a sua volta lo passò a Hui-neng con l'istruzione di non trasmetterlo più a nessun altro. Non tutti i buddhisti Zen interpretano questa storia in senso letterale; personalmente, sospetto che l'abito del Buddha, almeno in questo caso, simboleggi la trasmissione del sigillo della mente.

Ma torniamo al "Triplice abito" che arrivò in Cina con le scuole buddhiste precedenti a Bodhidharma e che non erano ancora Chan (da cui derivò lo Zen), e quando lasciò l'India la sua forma, così come la terminologia, cominciò a cambiare. La parola sanscrita Kashaya venne tradotta nel cinese mandarino Jiasha e nel cinese cantonese Kasa, e venne riferita specificamente all'Uttarasangha, cioè il normale abito monastico.

Per il clima indiano temperato, i tre manti rettangolari bastavano a fornire sufficiente calore e protezione dagli eventi meteorologici, ma per il clima delle regioni cinesi neppure il Sanghati a due strati era sufficiente. Fu, così, aggiunto sotto il Kasa un ulteriore strato, consistente in una sorta di tunica appartenente alla tradizione e allo stile taoista. Erano indumenti caratterizzati da maniche di vario tipo, da quelle relativamente attillate, a quelle lunghe e ricadenti, impossibili da chiudere al polso.

La Cina non aveva una tradizione di ordini monastici mendicanti, che prevedevano il supporto della popolazione (né, probabilmente, sarebbe arrivato alcun supporto ufficiale da un governo ispirato ai princìpi del Confucianesimo e del Taoismo). Per essere il più possibile autosufficienti, in Cina i monaci si dedicavano all'agricoltura e all'esecuzione di lavori manuali parallelamente alla pratica religiosa. Poiché il "Triplice abito" non era destinato, né adatto, a essere indossato per svolgere tali lavori pesanti (specialmente in climi rigidi), i monaci idearono ghette, gonne pantaloni o mutandoni come forme alternative al tradizionale abito intimo Antarasavaka.

Al Kasa stesso furono apportate alcune variazioni. L'Uttarasangha originale era composto da cinque bande riproducenti il motivo dei campi di riso, ed era largo quanto bastava ad avvolgere il corpo e le spalle del monaco. Quando il Buddhismo uscì dall'India, furono aggiunti quattro piccoli quadrati all'interno degli angoli esterni, e due quadrati di rinforzo più grandi presso il bordo superiore, sul rovescio della banda centrale, modificando il modello originale. Furono attaccati lacci e stringhe, o altri dispositivi per legare, perlopiù in forma di anello o di bastoncino.

A un certo punto, forse in Cina, Corea o Giappone, fu ideata una versione più piccola, denominata in giapponese Rakusu (lett.: piccolo Kesa), costituita da cinque bande e da indossare intorno al collo, come un bavaglino. L'origine del Rakusu è controversa. Secondo alcuni risalirebbe ai tempi della transizione ai lavori manuali in Cina, dato che un Kasa completo risultava troppo ingombrante. Secondo altri, la sua origine sarebbe da ricercarsi in un periodo di persecuzioni, cosicché i buddhisti potessero indossare il Kasa, di nascosto e al sicuro, sotto gli altri vestiti. È stato però anche suggerito che sarebbe stato ideato insieme alla borsa di stoffa che i monaci itineranti usavano per trasportare la ciotola per l'elemosina e altri piccoli oggetti, in un secondo tempo formalizzata come facente parte dell'equipaggiamento dei monaci.

Un'altra variazione importante riguardò l'aggiunta di bande al Kasa in base al grado di avanzamento nella gerarchia monastica e all'autorità acquisita, sia spirituale che temporale. Il manto originale a cinque bande fu ampliato sulla base dei nove gradi tradizionali della legge gerarchica cinese, cosicché da cinque bande passa a sette, da sette a nove, poi a undici, tredici, quindici, diciassette, diciannove, ventuno, ventitré e venticinque bande, talvolta di fattura preziosa, mettendo in evidenza lo stato gerarchico del monaco che lo indossava.

Il Buddhismo si diffuse dalla Cina alla Corea, e i coreani adottarono il termine Kasa. Essi mantennero anche la tradizione del Rakusu, ma adottarono una specie di kimono ridotto da indossare sotto il Kasa.

I buddhisti coreani introdussero il Buddhismo in Giappone dove, grazie anche alla travolgente influenza cinese, fu abbracciato senza riserve: gli abiti in stile taoista con larghi maniconi, Kasa viola a molteplici bande, abiti da lavoro e quant'altro. In giapponese, la parole sino-coreana Kasa venne tradotta in Kesa e pronunciata, con l'aggiunta del prefisso onorifico, O-kesa. I giapponesi adottarono i caratteristici e pratici abiti da lavoro, che chiamarono samu-e, come l'uniforme da tutti i giorni all'interno dei monasteri. Crearono anche una nuova forma di Kesa, sviluppando un abito monastico nero sullo stile di un kimono a maniche larghe, conforme allo spirito, se non alla forma, dell'abito Kashaya, essendo realizzato con pezze di tessuto dozzinale, cucito e tinto dal monaco che l'avrebbe indossato.

Nei monasteri buddhisti giapponesi sono stati creati diversi abiti sia di uso formale che ordinario, e pare che a ognuno di essi corrispondano fino a venti nomi diversi. Prendiamo, ad esempio, il Rakusu. Oltre a quello più diffuso, conosciuto da tutti, esiste l'Okau, più grande di un normale Rakusu, che s'indossa sulla spalla sinistra (sembra un po' come indossare un barile mediante una bretella), lo Hangesa (lett.: mezzo Kesa), conferito ai laici, e lo Wagesa (lett.: piccolo kesa) per i laici che abbiano preso i precetti.

Il Rakusu giapponese riporta, cucito sulle bretelle, o sulla targhetta cucita sulle bretelle sovrapposte dietro il collo per tenere il Rakusu sempre in posizione corretta, il simbolo della scuola di riferimento: per il Soto l'ideogramma del pino, per il Rinzai un triangolo che allude alla montagna, e per l'Obaku una stella a sei punte. In aggiunta, le tradizioni Soto e Rinzai hanno inserito un grosso anello piatto alla bretella sinistra. Tale anello non ha nessuna funzione pratica, ma ricorda l'allacciatura sulla spalla del Kesa integrale. In seguito al movimento riformatore conosciuto col nome di Fukudenkai, verso la metà del Novecento alcuni gruppi della scuola Zen Soto hanno eliminato tale anello.

Il Buddhismo entrò in Vietnam prima dall'India e solo successivamente dalla Cina, ma la forma cinese divenne dominante. Nel Buddhismo vietnamita si preferisce un kimono a maniche

attillate, ciò che dimostra una volta di più che lo stile dell'abito spesso trae origine da un adattamento al modo di vestire proprio di una cultura, che viene istituzionalizzato. La stessa cosa è avvenuta per l'abito da lavoro simile al pajama adottato dai monasteri buddhisti vietnamiti come uniforme informale.

Anche nella tradizione tibetana, o Vajrayana, la cultura locale ha adattato il "Triplice abito". Coloro che hanno ricevuto iniziazioni, sia uomini che donne, indossano una giubba senza maniche con sotto una tunica o una gonna. L'abito Kashaya tibetano ha vari nomi: shamtab (a cinque bande), chogu, o namba (a venticinque bande, per ordinazioni superiori).

In America gli abiti, almeno finora, sono determinati perlopiù dalla tradizione dell'in-segnante. Le variazioni sono determinate da preferenze personali, convinzioni, interpretazioni o, semplicemente, opportunità.

Sebbene l'abito buddhista essenziale fosse l'abito Kashaya, sono riscontrabili variazioni per ciò che riguarda la qualità del materiale fin dai tempi del Buddha. Nella tradizione pali sono consentiti sei tipi di tessuto per realizzare gli indumenti del "Triplice abito": fibre vegetali, cotone, seta, pelo animale (non umano), canapa e misti. Ci sono altre liste di materiali, ma è evidente che dappertutto sono stati usati diversi tipi di tessuti; alcuni anche sfarzosi, altri semplici e facilmente lavabili. Comunque, oggi in Asia si tende a utilizzare perlopiù tessuti artificiali. Alla fin fine, dunque, si può utilizzare qualsiasi materiale, purché senza attaccamento.

A proposito dell'attaccamento, nel Vinaya c'è una proibizione interessante: "Non cucire gusci di conchiglie o piume di gufo" sugli abiti. Evidentemente, alcuni monaci del Buddha avevano decorato i loro abiti, e queste tendenze artistiche o di eleganza sono state messe al bando. Quando nel Kesa cerimoniale cinese apparvero scene ricamate in filo d'oro, o quello giapponese venne realizzato con un'unica, elaborata tessitura riproducente il motivo degli appezzamenti delle risaie mediante l'applicazione di sottili strisce di broccato, magari cucite da un lato solo, in modo che le strisce applicate ondeggiassero a ogni movimento, pensate che fossero esenti da attaccamento? Non per questo tali Kesa non sono apprezzabili per arte e bellezza!

Arriviamo infine al colore; come ho già detto, con kashaya s'intendeva una tinta neutra o variegata, probabilmente nello spettro tra il giallo e il bruno rossastro, ricavata dal lavaggio e trattamento con tinture vegetali, perlopiù zafferano e tuberi vari. Poiché i materiali e i metodi di tintura variavano, i colori non risultavano sempre uguali. Oltretutto, tendevano a sbiadirsi e a sporcarsi. Secondo il maestro Zen coreano Seung Sahn Sunim, ai tempi del Buddha i monaci indossavano abiti gialli, perché quello era il colore della polvere, e non si distingueva dal colore del suolo quando tirava vento.

Attualmente, nei monasteri Theravada dello Sri Lanka, Cambogia, Tailandia e Laos, continua perlopiù la tradizione degli abiti color zafferano od ocra. Mi sono imbattuta in una fonte secondo la quale i monaci della foresta usano il color ocra, mentre quelli di città lo zafferano, ma concludeva che non è sempre così.

Nei monasteri Mahayana si usano molti colori diversi, a seconda della regione, del paese, della scuola e del livello di ordinazione. Quando il Buddhismo arrivò in Cina, il colore cambiò e cambiò ancora; in molti templi in diverse regioni, i monaci indossavano colori differenti: giallo, marrone rossiccio chiaro, marrone, grigio o blu, varie sfumature di nero: nero pece, grigio scuro. Durante la dinastia Tang, l'imperatore assegnava abiti purpurei e titoli onorifici ai monaci di alto livello gerarchico.

In Giappone, i monaci vestono generalmente di nero o di grigio. Adottarono anch'essi la tradizione del Kesa purpureo, che fu revocata nel XVII secolo durante lo shogunato dei Tokugawa. L'imperatore abdicò per protesta e i monaci che resistettero, indipendentemente dal grado gerarchico, furono esiliati.

I coreani indossano abiti grigi, marroni o blu.

Nello Zen vietnamita, i kimono sono marroni o gialli, o di sfumature intermedie, e il Kesa da giallo ad arancione.

Gli abiti vivacemente colorati della tradizione Vajrayana del Tibet si estendono dai più semplici ai più elaborati al mondo, dal giallo brillante all'arancione, al bordeaux, al rosso porpora, a seconda della scuola e del livello di ordinazione. Le loro versioni dell'abito Kashaya sono generalmente gialle. Se la loro tunica senza maniche è ornata di broccato giallo, o se vestono abitualmente indumenti di seta o di raso giallo, probabilmente sono monaci di alto grado, o considerati Buddha viventi.

Gli americani tendono a seguire il codice cromatico che appartiene alla tradizione del proprio maestro, per quanto noi abbiamo la tendenza a un certo individualismo e a un totale spirito di contraddizione rispetto alla formalità. Il rev. Kusala suggerì una volta che gli abiti dei buddhisti americani avrebbero dovuto essere color blu jeans!

Per fare un esempio di come le scuole assegnino determinati colori a seconda del livello di Dharma raggiunto, posso illustrarvi ciò che so riguardo allo Zen vietnamita americanizzato. I monaci e i sacerdoti indossano abiti di varie sfumature del marrone, con Kesa di colore tra il giallo e l'arancione. I sacerdoti pienamente ordinati devono indossare in più colletti gialli o un cordone giallo attorno al colletto. Chi ha ricevuto ordinazioni laiche indossa il Rakusu e, non potendo indossare il grande Kesa, utilizza abiti informali grigi.

Per quanto riguarda il Rakusu, i colori riflettono quelli del Kesa. I nostri sono color oro. In Corea sono marroni. Oppure possono essere di un colore diverso da quello del Kesa, contrastante. In Cina, i Rakusu in stile Chan sono bianchi. I giapponesi vestono di blu, marrone o nero, con il Rakusu ricevuto per la prima volta in occasione della "Presa dei Rifugi". Indipendentemente dal colore della faccia superiore, il rovescio è rivestito di seta bianca sulla quale l'insegnante calligrafa da una parte il Sutra del Kesa e dall'altra il proprio nome, il nome dharmico del discepolo e la data della cerimonia della "Presa dei Rifugi". Nello Zen Soto, il Rakusu blu è per i laici, il nero per i monaci, e il marrone è superiore, riservato a coloro che hanno ricevuto la trasmissione diretta del Dharma da un insegnante del lignaggio.

Comunque, non tutti i templi della scuola Soto, anche in Giappone, seguono il codice cromatico del livello di Dharma. In un tempio si può ricevere un Rakusu marrone per un'ordinazione laica, ed essere rimproverati presso un altro tempio per il fatto di indossare un colore riservato a ordinazioni molto superiori. Questo è successo a qualcuno anche presso due Zendo americani.

 

Ora tratterò brevemente del simbolismo legato all'abito del Buddha.

I Kesa, o abiti kashaya, sia grandi che piccoli, oggi sono quasi del tutto dei "simboli". Essi rappresentano il legame tra il buddhista e il Tataghata. Nella numerologia buddhista, cinque è il numero del Buddha, che viene tradotto nelle cinque bande e nei cinque punti del rettangolo: nord, sud, est, ovest e medio. L'abito kashaya è l'abito di colui che rinuncia, in cui gli scarti del mondo vengono resi puri e preziosi, e, ancora, il motivo delle risaie rappresenta e comprende il mondo, in tutta la fecondità dell'a-gricoltura. Può essere visto anche come un mandala, in cui i motivi geometrici di linee e quadrati rappresentano l'universo, ed è utilizzato come oggetto di meditazione a vari livelli. I quadratini ai quattro angoli rappresentano le quattro direzioni o, forse, ognuno dei protettori del Dharma buddhista. La colonna centrale si dice, talvolta, che rappresenti il Buddha, e i due quadrati che lo affiancano i suoi attendenti.

"Il Kesa è il cuore dello Zen, il midollo delle sue ossa" scriveva Eihei Dogen (1200-1253), il fondatore dello Zen Soto. È l'oggetto-simbolo, l'essenza della Trasmissione, ed è essenziale per la legittimazione. Dogen studiò in Cina e ricevette il Kesa di un patriarca Chan che aveva vissuto nel secolo precedente.

Dogen era piuttosto fanatico sul soggetto del Kesa, e ne insegnava le profonde virtù lamentando la decadenza dei tempi in cui esso veniva così trascurato, pur rappresentando l'unica ancora di salvezza. Nel Kesa Kudoku (Il merito dell'abito del Buddha), terzo capitolo della sua opera monumentale, lo Shobogenzo, conferisce smalto poetico all'argomento, dando informazioni pratiche sulla cucitura, la cura e l'uso dell'abito. Egli scrive:

"... un versetto del Sutra del Kesa diventa il seme dell'eterna luce che ci condurrà alla suprema saggezza del Buddha".

Il Sutra del Kesa è un sutra che si recita prima di indossare il Kesa o il Rakusu. Questo è il testo:

Oh, abito della Grande Liberazione,
Kesa del campo della felicità illimitata!
Ricevo con fede gli insegnamenti del Buddha
Per aiutare tutti gli esseri senzienti.

Un monito su abito, aspetto e realtà ci arriva dal fondatore della scuola Rinzai, il maestro Lin-chi I-hsuan, vissuto nel IX sec., che disse:

"Io indosso vari abiti differenti ... Lo studente si concentra sull'abito che indosso, notando se esso sia blu, giallo, rosso o bianco. Non cercate di far colpo con l'abito! L'abito non può muoversi da se stesso: solo la persona può indossare l'abito. Questo è un abito autentico, un abito non-nato, un abito della bodhi, un abito del nirvana, un abito dei patriarchi, un abito del Buddha. O monaci, questi suoni, nomi, parole, frasi non sono nient'altro che cambi d'abito ... I pensieri si formano a causa dei processi mentali, ma non sono altro che abiti. Se voi confondete l'abito che una persona indossa per la vera identità di quella persona, benché trascorrano infiniti kalpa, voi vi occuperete solo degli abiti, e rimarrete per sempre prigionieri del "Triplice mondo", trasmigrando nel regno di nascita e morte". Forse non è bene restare troppo impressionati o troppo attaccati, anche al Kesa, benché il maestro Dogen potrebbe non essere d'accordo.

Alcuni buddhisti americani si irritano contro gli abiti quando rappresentano la gerarchia del Buddhismo asiatico; sono sorpresi dal fatto che gli abiti abbiano un qualche valore. Alcuni temono che le differenze di abito suggeriscano confronti quali: "Chi è il più illuminato?", oppure: "Chi è il più anziano qui?". Alcuni credono che gli abiti intimidiscano i principianti, o incoraggino l'orgoglio, come se si trattasse di una promozione. E alcuni non gradiscono proprio il formalismo che ne caratterizza l'uso, nonché l'implicito elitarismo. Molti americani indossano i loro abiti, o solo il Rakusu sopra i vestiti ordinari.

Avendo compiuto un veloce tour attraverso chi indossa cosa, quando e perché, desidero lasciarvi con un fattivo e positivo modo di vivere la vita con l'aiuto dell'abito del Buddha.

Nel Sutra del Loto, il grande - secondo alcuni il più grande - sutra del Mahayana, incontriamo lo specifico concetto di "indossare l'abito del Buddha". Si trova nel capitolo 10, "Maestri della Legge", che affronta l'argomento di come comunicare con gli altri, specialmente nelle discussioni sul Dharma. Ma io penso che questo sia da applicarsi nella nostra vita di tutti i giorni, sia chiacchierando sul tempo, che di politica, che da soli con noi stessi.

In questo capitolo, il Buddha Shakyamuni spiega i "tre ruoli dell'insegnamento", uno dei quali prevede che il maestro debba "indossare l'abito del Tataghata" quando si accinge a esporre il Sutra del Loto. Nel Sutra, il Buddha parla per metafore; spiega che il suo abito è "una forma gentile e antica". Cosa intende dire? "Gentile", sembra abbastanza facile. "Antichità", o "perseveranza", mi sembra essere l'eco del "Grande Sforzo" dello Zen, in questo caso applicato alla comunicazione. Se noi praticanti fossimo capaci di combinare gentilezza e buona volontà nell'impegnarci nel dialogo, anche in presenza di disaccordo, critiche o malintesi, moltissimi problemi potrebbero essere annullati semplicemente parlandone. La mancanza di gentilezza si riproduce; se qualcuno non capisce o rifiuta le nostre posizioni, siamo tentati di comportarci allo stesso modo nei suoi confronti. Il rifiuto porta alla rabbia o al disimpegno, il nostro cliché di chiuderci le orecchie con le dita ed esclamare "La,la,la, non posso sentirti!" spesso è il risultato di frustrazione e dolore. Abbiamo perso l'opportunità di comunicare.

Io credo che la "gentile perseveranza" derivi dalla determinazione a sviluppare il proprio centro - ciò che nutre il seme dell'equanimità. Ciò richiede forza interiore, ma anche mente aperta. Una quantità talmente formidabile di forza è coinvolta nel semplice agire, piuttosto che reagire, nel non essere troppo attaccati a ciò che amate, all'avere ragione - perché se voi personalizzate il dogma, esso diventa un ostacolo al dialogo, qualsiasi tentativo alla discussione ci s'infrange.

Ciò non vuol dire che si debba essere passivamente mansueti. L'obiettivo non è: "Io sarò carino se tu sarai carino!", sebbene sia un bel modo di essere rispettosi. In effetti, io penso che dovremmo avvicinarci alla comunicazione senza aspettarci necessariamente di metterci d'accordo, o anche solo di capirci. Lo spero, ma raramente si verifica.

In ogni caso, questo è lo spirito con cui io offro a tutti voi questo Teisho! Possiate indossare l'abito del Buddha con calore, aperti al dialogo, ma fermi nella vostra determinazione e sforzo, e non turbati dalle questioni della cucitura buddhista!