Riflessioni
Il Buddhismo "puro" non è legato indissolubilmente al Giappone, alla cultura Zen, cinese, coreana, indiana, ecc. Esso propone un principio universale a fondamento del comportamento individuale di ognuno, considerato nel suo specifico ambito; non propone di modellare gli individui e creare una "forma" che vada bene per tutti. Correttamente inteso, è aperto a tutte le forme di comportamento, può essere adattato a quella del "santo" come a quella dell'ultimo dei "peccatori". Il compito di un individuo è quello di portare avanti se stesso fino alla fine, con coraggio e determinazione, senza aver paura della morte, del giudizio degli altri, di sacrificarsi, di diventare povero, di diventare ricco: questo è l'insegnamento. E l'obiettivo è una morte, non una vita; è morire bene avendo ben vissuto, cioè nel rispetto della vita altrui e della propria "natura autentica".
Dai Do Strumia
Il Cammino del cercatore
(Libreria Editrice Psiche 2009)
PRESENTAZIONE DELLA "CARTA DEI VALORI"
Torino, 23 settembre 2007, h. 18
Cortile di Palazzo Carignano
Come missionario buddista, non posso che condividere e sostenere questa Carta.
Devo però affermare, senza presunzione, che ciascuno di questi articoli è, per il Buddismo, dato per scontato e ovvio a partire da 2.500 anni fa, quando in India il Buddha Shakyamuni praticò e divulgò l'uguaglianza tra gli esseri, senza distinzione di sesso, di casta e di livello sociale.
Purtroppo, se apriamo gli occhi sulla realtà oggettiva, cioè sui fatti, ci rendiamo conto che questi princìpi fondamentali vengono regolarmente traditi, perché ciò che in realtà predomina è l'anima, lo spirito del branco dove il diverso, lo straniero, il "foresto" vengono percepiti come potenziali nemici.
Vedere nell'altro la minaccia ci fa rinchiudere in noi stessi all'interno di clan ben delimitati, e dimenticare i valori etici e morali che applichiamo quando non ci sentiamo minacciati.
Io stesso, come italiano, ho avuto diverse occasioni di sperimentare fuori dall'Italia cosa significhi essere disprezzati, discriminati e sospettati sia per l'appartenenza etnica che per quella religiosa.
Ritengo, pertanto, che sia indispensabile, per una società che si autodefinisce "civile" e "democratica", dare inizio a un programma concreto destinato ai bambini già a partire dalle scuole primarie, non tanto per educare, quanto per civilizzare, e non nello spirito della tolleranza - perché tollerare ed essere tollerati non è seme di pace e di solidarietà - bensì nello spirito del rispetto e della curiosità positiva verso altre culture e tradizioni, non necessariamente inferiori o pericolose a priori.
Certamente, dietro a queste mie considerazioni si può intravedere una certa dose di idealismo e di utopia, ma una civiltà degna di questo nome non può che coltivare con impegno proprio gli ideali e le utopie apparentemente irraggiungibili.
Se questo programma verrà, come è auspicabile, messo in atto, sarà un programma a lungo termine, e se ne potranno intravedere i primi risultati tra venti, trent'anni. I danni subiti sono incalcolabili e ciascuno di noi, se guarda in profondità al di là dell'apparente luccichio del benessere fondato sull'altrui sofferenza e sullo sfruttamento dei più deboli, non potrà che essere d'accordo. Benché buddista, non penso di esprimere un pensiero "buddista", ma piuttosto un pensiero universale, che chiunque può cogliere e far proprio, indipendentemente dalla razza, dalla cultura e dalla religione.
Nel frattempo, lo sforzo indispensabile consiste nel sensibilizzare gli adulti mentalmente imbalsamati in una visione del mondo egoistica, stereotipata, qualunquista e razzista.
Grazie!