IL CERCHIO VUOTO – EN KU DOJO

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Il Buddhismo "puro" non è legato indissolubilmente al Giappone, alla cultura Zen, cinese, coreana, indiana, ecc. Esso propone un principio universale a fondamento del comportamento individuale di ognuno, considerato nel suo specifico ambito; non propone di modellare gli individui e creare una "forma" che vada bene per tutti. Correttamente inteso, è aperto a tutte le forme di comportamento, può essere adattato a quella del "santo" come a quella dell'ultimo dei "peccatori". Il compito di un individuo è quello di portare avanti se stesso fino alla fine, con coraggio e determinazione, senza aver paura della morte, del giudizio degli altri, di sacrificarsi, di diventare povero, di diventare ricco: questo è l'insegnamento. E l'obiettivo è una morte, non una vita; è morire bene avendo ben vissuto, cioè nel rispetto della vita altrui e della propria "natura autentica".

Maestro M. Dai Do Strumia
da “Il Cammino del cercatore”

Intervento del rev. Dai Do Massimo Strumia

Torino Spiritualità 2007


Domande a Dio – Domande agli uomini

Edizione 2007

PRESENTAZIONE DELLA "CARTA DEI VALORI"
Torino, 23 settembre 2007, h. 18
Cortile di Palazzo Carignano

Intervento del rev. Dai Do Massimo STRUMIA, Kokusai Fukyoshi - insegnante missionario incaricato dalla scuola buddista Soto Zen per la diffusione del Dharma in Europa - e membro del Comitato Interfedi in rappresentanza dell'UBI (Unione Buddista Italiana, ente religioso d.p.r. 3-1-91).

Come missionario buddista, non posso che condividere e sostenere questa Carta.

Devo però affermare, senza presunzione, che ciascuno di questi articoli è, per il Buddismo, dato per scontato e ovvio a partire da 2.500 anni fa, quando in India il Buddha Shakyamuni praticò e divulgò l'uguaglianza tra gli esseri, senza distinzione di sesso, di casta e di livello sociale.

Purtroppo, se apriamo gli occhi sulla realtà oggettiva, cioè sui fatti, ci rendiamo conto che questi princìpi fondamentali vengono regolarmente traditi, perché ciò che in realtà predomina è l'anima, lo spirito del branco dove il diverso, lo straniero, il "foresto" vengono percepiti come potenziali nemici.

Vedere nell'altro la minaccia ci fa rinchiudere in noi stessi all'interno di clan ben delimitati, e dimenticare i valori etici e morali che applichiamo quando non ci sentiamo minacciati.

Io stesso, come italiano, ho avuto diverse occasioni di sperimentare fuori dall'Italia cosa significhi essere disprezzati, discriminati e sospettati sia per l'appartenenza etnica che per quella religiosa.

Ritengo, pertanto, che sia indispensabile, per una società che si autodefinisce "civile" e "democratica", dare inizio a un programma concreto destinato ai bambini già a partire dalle scuole primarie, non tanto per educare, quanto per civilizzare, e non nello spirito della tolleranza - perché tollerare ed essere tollerati non è seme di pace e di solidarietà - bensì nello spirito del rispetto e della curiosità positiva verso altre culture e tradizioni, non necessariamente inferiori o pericolose a priori.

Certamente, dietro a queste mie considerazioni si può intravedere una certa dose di idealismo e di utopia, ma una civiltà degna di questo nome non può che coltivare con impegno proprio gli ideali e le utopie apparentemente irraggiungibili.

Se questo programma verrà, come è auspicabile, messo in atto, sarà un programma a lungo termine, e se ne potranno intravedere i primi risultati tra venti, trent'anni. I danni subiti sono incalcolabili e ciascuno di noi, se guarda in profondità al di là dell'apparente luccichio del benessere fondato sull'altrui sofferenza e sullo sfruttamento dei più deboli, non potrà che essere d'accordo. Benché buddista, non penso di esprimere un pensiero "buddista", ma piuttosto un pensiero universale, che chiunque può cogliere e far proprio, indipendentemente dalla razza, dalla cultura e dalla religione.

Nel frattempo, lo sforzo indispensabile consiste nel sensibilizzare gli adulti mentalmente imbalsamati in una visione del mondo egoistica, stereotipata, qualunquista e razzista.

Grazie!