Riflessioni
Il Buddhismo "puro" non è legato indissolubilmente al Giappone, alla cultura Zen, cinese, coreana, indiana, ecc. Esso propone un principio universale a fondamento del comportamento individuale di ognuno, considerato nel suo specifico ambito; non propone di modellare gli individui e creare una "forma" che vada bene per tutti. Correttamente inteso, è aperto a tutte le forme di comportamento, può essere adattato a quella del "santo" come a quella dell'ultimo dei "peccatori". Il compito di un individuo è quello di portare avanti se stesso fino alla fine, con coraggio e determinazione, senza aver paura della morte, del giudizio degli altri, di sacrificarsi, di diventare povero, di diventare ricco: questo è l'insegnamento. E l'obiettivo è una morte, non una vita; è morire bene avendo ben vissuto, cioè nel rispetto della vita altrui e della propria "natura autentica".
Maestro M. Dai Do Strumia
da “Il Cammino del cercatore”
– Libreria Editrice Psiche – 2009
Lezioni: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9
9.
Incontro del 14 giugno 2007
trascrizione a cura di Giuliana Bonaldo
Qual è, dunque, l’atteggiamento corretto rispetto alla pratica e all’aspettativa che ciascuno di noi ha o non ha rispetto a essa? Shunryu Suzuki Roshi ha vissuto molti anni negli Stati Uniti e ha potuto verificare sul campo l’attitudine mentale che l’occidentale ha nei confronti della pratica. Egli afferma che, comunemente, se qualcuno segue una particolare religione, il suo atteggiamento diventa sempre più un angolo acuto con vertice rivolto verso l’esterno, mentre nella nostra via il vertice è sempre rivolto verso noi stessi. Suzuki pone l’accento sul fatto che lo Zen è una via universale adatta a tutti, e chiunque, indipendentemente dal proprio credo religioso, può praticare zazen, perché lo zazen non è necessariamente una via per buddhisti o per diventare buddhisti.
È vero, però, che se si pratica zazen continuando ad avere un atteggiamento legato a un particolare modo di vedere, a un credo, a una fede o a un’ideologia, questa pratica, per quanto efficace possa essere inizialmente – poiché, comunque, ha un effetto positivo dal punto di vista psicofisico – col tempo si esaurisce, perché l’oggetto ideale della nostra attenzione rimane sempre molto lontano e mai in armonia con ciò che stiamo cercando. Non è credendo in un Dio o in un Buddha particolare che i nostri problemi interiori vengono risolti.
Il credere o il pensare a una certa cosa come punto focale della propria esistenza ha una durata molto relativa, e prima o poi ci si stanca. Se la nostra pratica, anziché ruotare in se stessa, per se stessa e fine a se stessa diventa una pratica utilizzata e mirata a realizzare un ideale e a farci avvicinare a quello che è il nostro credo, la nostra fede, diventa una pratica inefficace, sterile, perché in questo caso l’angolo acuto al vertice è sempre rivolto verso l’esterno, che non è il Sé universale, ma qualcosa di oggettivo fuori di me verso il quale io tendo utilizzando lo zazen come mezzo, come strumento. Dal punto di vista del prosieguo della pratica autentica, questo è un atteggiamento assolutamente erroneo. Inizialmente può anche andar bene, però, in seguito, si rivela una perdita di tempo e di energia, perché nella nostra via il vertice dell’angolo non deve mai essere rivolto verso un obiettivo esterno, ma sempre rivolto verso noi stessi. È un lavoro di introiezione, un lavoro centripeto e mai centrifugo. Per fare in modo di non incorrere nell’errore bisogna sviluppare due punti di vista, che diventano due forme mentali che, a loro volta, si trasformano in azioni, in concreti fatti quotidiani. Il primo, in giapponese è detto hichinyo zanmai, che è il “samadhi in una sola azione”, l’altro è mushotoku, che significa “senza scopo, senza obiettivo”.
Hichinyo zanmai consiste nel prendere coscienza in maniera concreta, con carne e ossa, che qualunque tipo di proiezione, qualunque finalizzazione lede inevitabilmente alla pratica, perché la riduce a uno strumento, un mezzo per ottenere, mentre il “samadhi in una sola azione” significa che ogni azione deve essere vista e vissuta come l’unica possibile.
Ogni azione, nel momento in cui viene compiuta, non può essere che l’ultima azione; l’azione precedente è già stata realizzata, messa in atto, quindi l’unica azione reale che noi possiamo fare è quella dell’attimo in cui stiamo vivendo, cioè il “satori in una sola azione”. Ciò equivale a riempire di questa conoscenza l’attimo, per cui, oggettivamente, se io mangio, mangio e non faccio altro, se dormo, dormo e non faccio altro, se studio, studio, ecc. Qualunque cosa io faccia, da quella apparentemente più semplice a quella più complessa, sono sempre e comunque l’ultima azione e sempre l’ultimo momento.
Quest’ultimo momento deve essere glorificato, in quanto quello è il samadhi. Non c’è altro samadhi, non c’è altra illuminazione che non l’attimo stesso in cui io, agendo, non faccio che la cosa che sto facendo, senza pensare a quella che ho fatto, o a quella che farò. Finché la mia azione, per quanto ben realizzata, è un’azione che io compio pensando a ciò che farò dopo, essa è già contaminata dall’ipotetica azione successiva. L’azione totale, completa e armonica è tale solo quando, facendola, attualizzandola, non penso ad altro, fuorché all’azione che sto compiendo.
Questo è vero per qualsiasi azione o pensiero; quando si sta cucinando, bisogna essere completamente concentrati sul fatto di cucinare; tutta la nostra presenza, tutta la nostra attenzione, senza nessun tipo di aggiunta fantasiosa, ma totale, chiara, limpida e cristallina. Questa è il “samadhi in una sola azione”, ossia ogni azione diventa oggettivamente pura, indiscutibile e, da ogni punto di vista, perfetta.
Per poter mettere in pratica questo tipo di attività, che non è intellettuale e mentale, ma a tutti gli effetti fisica, oggettiva, bisogna mettere in atto il concetto di mushotoku, cioè “senza scopo, senza obiettivi”.
Si dice che lo zazen correttamente praticato non è una cosa che noi facciamo per ottenerne in cambio un’altra, in quanto consideriamo il fatto stesso di fare zazen l’azione completa e perfetta, l’ultima azione della vita. Siedo in zazen, e questo è l’ultimo atto della mia vita; se poi ce ne sarà uno successivo, va bene, ma sta di fatto che questa è l’ultima cosa che io faccio, come potrebbe essere l’ultima volta che cucino la pasta, l’ultima volta che faccio una qualsiasi azione. Ogni atto dev’essere valorizzato, dev’essere reso grandioso dalla consapevolezza che è sempre l’ultimo, e potrebbe essere l’ultimo veramente, non si può sapere. Ciò comporta caricare d’importanza qualunque gesto si compia, qualunque pensiero, qualunque parola, perché potrebbe essere l’ultimo atto che compio nella vita. Naturalmente, posso augurarmi che ci siano mille altre volte successive, ma l’unica cosa certa, l’unica cosa che so, è che quella è l’ultima; per cui si sacralizza, in qualche modo, l’atto, e l’atto più semplice diventa la cosa più importante. Ma se non c’è mushotoku, cioè “assenza di scopo”, il mio atto è condizionato dall’idea di effetto, di guadagno, di tornaconto, e quindi la mia azione non è pulita, non è perfetta; nessun samadhi, ma semplicemente un’azione ordinaria. A questo proposito, Shunryu Suzuki invita a limitare le proprie attività, cioè diminuire il numero di azioni, curarsi dell’essenziale, “essenzializzare” la propria esistenza.
Nell’arco dei quaranta o cinquanta minuti di uno zazen, se la mente è intasata di preoccupazioni, fantasie, immaginazioni, si producono una massa enorme di pensieri, e nessuno di essi è aderente a ciò che oggettivamente stiamo facendo. Durante lo zazen non si deve pensare ad altro che a fare zazen, poi bisogna cancellare anche quello: questo è l’ideale, sarebbe la realizzazione detta zanmai, traslitterazione giapponese del termine sanscrito samadhi.
Tutto quello che passa per la mente in quel momento non fa altro che contaminare l’ultima azione di quel momento, che è fare zazen; da qui l’importanza d’imparare a ridurre la produzione di pensieri, in modo da dare sempre più spazio allo zazen, rendendolo veramente una non-azione sostenuta da un non-pensiero.
Shunryu Suzuki afferma che si potrebbe credere che, mancando ogni finalità o meta nella pratica, non si saprà più che cosa fare. La via c’è, la via di praticare senza avere alcuna meta consiste nel limitare la propria attività, ossia concentrarsi su ciò che si sta facendo nel momento presente, invece di avere in mente un oggetto particolare che può essere qualsiasi cosa al di fuori del qui e ora.
Se la mente se ne va in giro, non avete alcuna possibilità di esprimervi, ma se limitate la vostra attività a ciò che potete fare proprio solo adesso, allora sì che potete esprimere pienamente la vostra vera natura, cioè la universale natura di Buddha, ecco la nostra via.
Detto in altre parole, non si deve pensare che l’idea di non pensare sia una specie di annichilimento; tutt’altro, anche perché non si può non pensare, ma, come dice Dogen, si tratta di imparare a pensare il non-pensiero. Prima ancora di imparare come si fa a non pensare, iniziamo a pensare al non-pensiero. Se io penso veramente al non-pensiero vedo subito se interviene qualche pensiero estraneo che mi devia dal pensare al non-pensiero.
Oltre tutto, devo avere lo stesso atteggiamento sia nei confronti dei pensieri buoni che di quelli cattivi, ma per poterlo fare devo essere ben centrato sul pensare il non-pensiero, l’unica via che porta al non-pensiero. Se io penso intensamente al non-pensiero, creo un vuoto, ma questo vuoto è sempre penetrabile dalle onde che sono la concretizzazione mentale di fantasie, desideri, ricordi, ma il mio zazen deve rimanere incontaminato, puro, non condizionato da questi fenomeni.
Si dice che lo zazen è un non-fare; in realtà è un lavoro molto impegnativo che richiede tutta la nostra energia; però non dev’essere un’energia creativa, nel senso di produttrice di ulteriori materiali verso i quali inutilmente lavorare.
Quando facciamo zazen, dice Shunryu Suzuki, limitiamo al massimo la nostra attività. Mantenere la giusta posizione e concentrarci sullo stare seduti: ecco come noi esprimiamo la natura universale; allora diventiamo Buddha, esprimiamo la natura di Buddha.
Invece di avere un oggetto di culto, ci concentriamo semplicemente sull’attività che svolgiamo in quel momento. Quando c’inchiniamo dobbiamo inchinarci e basta, quando sediamo dobbiamo sedere e basta, quando mangiamo, dobbiamo mangiare e basta; semplicemente, se agiamo così, la natura universale è qui con noi; in giapponese, questo atteggiamento si chiama hichinyo zanmai, cioè “samadhi in una sola azione” (e samadhi significa “concentrazione”).
Shunryu Suzuki dice:
Io penso che ci possa essere tra voi qualcuno di un’altra religione, ma questo non mi dà pensiero, la nostra pratica non ha nulla a che fare con una particolare pratica religiosa e da parte vostra non deve esserci alcuna esitazione, perché la nostra pratica è per tutti.
Comunemente, se qualcuno crede in una particolare religione, il suo atteggiamento diventa sempre più un angolo acuto con il vertice rivolto verso l’esterno, ma la nostra via non è così, nella nostra via il vertice dell’angolo acuto è sempre rivolto verso di noi, non verso l’esterno.
Questo è un punto estremamente importante e di difficile assimilazione per un occidentale. Noi apparteniamo a una società pragmatica, dove tutto viene concepito e valutato in virtù degli effetti positivi o negativi; una società dove non si fa niente per niente, dove tutto è mercificato e strumentalizzato. Questo è, pertanto, un discorso teso a rivoluzionare non soltanto la mentalità, ma anche il comportamento nella vita di tutti i giorni, presupponendo l’insorgere di una mente risvegliata.
È facile per noi occidentali cadere nella trappola di mal interpretare e scambiare i concetti di non-azione e di senza-scopo con una sorta di passività e di nichilismo, ma non c’è niente di meno passivo che invitare le persone a fare quello che stanno facendo, facendolo. Evitare di agire in un modo pensando ad altro. Anche dal punto di vista occidentale, la qualità e il rendimento aumenterebbero; si tratterebbe, infatti, di individui che sul piano operativo sarebbero dieci volte più presenti e più attivi di altri che agiscono pensando a qualcosa di diverso da quello che stanno facendo.
In occidente, oltre che in Giappone, ci sono molte aziende che strumentalizzano questo tipo di pensiero per migliorare la produttività dei loro vertici manageriali, invitandoli a seguire corsi di Zen per aumentare la capacità produttiva, la consapevolezza, la presenza consapevole al qui e ora.
La pratica presuppone un raggiungimento istintuale e fisico, per cui tutto è istintuale in quanto tutto è in armonia con quello che sta succedendo. Non più sostenuto da un pensiero preventivo (cioè penso a quello che farò e poi lo faccio), faccio facendo istintivamente tutto in maniera circolatoria. Vado a ruota libera; senza prestare attenzione a non lasciarmi andare, faccio una cosa unica, e mentre la faccio penso alla cosa che sto facendo. Pensiero e azione devono essere simultanei, per cui non c’è né premeditazione, né scelta; diversamente diventa una programmazione.
Nel momento in cui un’azione che arriva dall’esterno provoca in me una reazione istintiva, agisco, non sto a pensare. Fare quello che viene da fare spontaneamente, rimanendo saldi nella morale buddhista.
Mon Do
Domanda:
È comunque necessario un lavoro su se stessi. Se io semplicemente mi abbandono a una serie di reazioni istintive senza sviluppare consapevolezza riguardo alla mia modalità di reazione, mi perdo completamente di vista. Non bisognerebbe, forse, imparare a rendersi conto delle azioni-reazioni che sono sempre le stesse? A un determinato stimolo, istintivamente si tende a reagire sempre allo stesso modo, ma sviluppando la consapevolezza, probabilmente si riesce non più a reagire, ma ad agire.
Risposta:
Sicuramente, ma senza farsi troppe illusioni, perché l’esperienza conta fino a un certo punto, in quanto è sempre ingannata dalle novità delle modalità con cui si presenta il problema. Uno stesso errore tu lo fai una volta e sei sicuro di non rifarlo mai più; ed è vero, non lo rifarai mai più, ma perché, semplicemente, non si presenterà mai più con quelle modalità. Ma rifarai lo stesso errore, in virtù di altre modalità che sono nel tuo karma. Dirai che non riesci a imparare, ma è perché è sempre diverso quello che ti succede e non la riconosci in tempo, la cosa è sempre travestita da qualcos’altro. Per cui le reazioni istintive che cerchi di modificare per raggiungere una certa qualità nel comportamento, sono quasi sempre fregate a meno che il tuo mondo sia arrivato a essere veramente universale, slegato da qualsiasi idea di ego, per cui vedi tutto sullo stesso piano, tutto uguale; rimani indifferente perché ormai sei al di là, perché sai che tutto è relativo ed è Maia.
Lo Zen è semplificare proprio sul piano pratico la vita, cercare di compiere, nell’arco della giornata, poche azioni ben fatte, invece che molte ma in modo raffazzonato.
Scandire bene la giornata, senza confusione e miscugli, ridurre la vita all’essenziale, valutare bene ciò che è essenziale ed eliminare il più possibile il superfluo in modo da ridurre il numero delle azioni e ottenere una produzione mentale scarsa ma efficiente.
Essenzialità intesa nell’accezione di “eliminare il superfluo”, ridurre al minimo essenziale ciò che ci occorre nella vita di tutti i giorni. Regole semplici della propria esistenza, eliminando il più possibile tutto ciò che non è essenziale. L’essenzialità aumenta la capacità di movimento e la fluidità, mentre tutto ciò che è in più impedisce di condurre una vita semplice e naturale. Eliminare tutto ciò che crea confusione, dai vestiti, ai libri, al cinema, alla tv. Avere una realtà il più possibile silenziosa e immobile, allora la vita diviene serena, non condizionata dal trambusto, non corrotta da azioni, sentimenti, ecc.: questo è lo zen in pratica.
Quando compio un’azione, la faccio bene, come se fosse l’ultima che compio nella vita. Noi non dobbiamo lasciare tracce del nostro passaggio, se lasciamo tracce del nostro passaggio vuol dire che non siamo dei buoni praticanti.
Questo concetto di “samadhi in una sola azione” e di mushotoku “praticare senza scopo” è molto più semplice e naturale per chi trascorre la propria vita in un monastero, poiché lì il sistema di vita e le azioni sono quelle essenziali che ruotano intorno alla pratica dello zazen. Altra cosa è, invece, vivere e praticare nel mondo al di fuori dell’ambito monastico; riuscire ad applicare questi insegnamenti è molto più complicato.