Riflessioni
Il Buddhismo "puro" non è legato indissolubilmente al Giappone, alla cultura Zen, cinese, coreana, indiana, ecc. Esso propone un principio universale a fondamento del comportamento individuale di ognuno, considerato nel suo specifico ambito; non propone di modellare gli individui e creare una "forma" che vada bene per tutti. Correttamente inteso, è aperto a tutte le forme di comportamento, può essere adattato a quella del "santo" come a quella dell'ultimo dei "peccatori". Il compito di un individuo è quello di portare avanti se stesso fino alla fine, con coraggio e determinazione, senza aver paura della morte, del giudizio degli altri, di sacrificarsi, di diventare povero, di diventare ricco: questo è l'insegnamento. E l'obiettivo è una morte, non una vita; è morire bene avendo ben vissuto, cioè nel rispetto della vita altrui e della propria "natura autentica".
Maestro M. Dai Do Strumia
da “Il Cammino del cercatore”
– Libreria Editrice Psiche – 2009
Lezioni: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9
6.
Incontro del 3 maggio 2007
trascrizione a cura di Giuliana Bonaldo
Divertirsi
Molti intendono il divertirsi come “spassarsela”, e come ricerca e ottenimento di tutto ciò che piace; usualmente, si associa il divertimento e il divertirsi a ciò che si può fare solo ogni tanto, e lo si relega in maniera superficiale ad ambiti prestabiliti, come un tempo che si manifesta in uno spazio in cui sono abolite le norme convenzionali abituali della vita ordinaria e ci si può dedicare a qualcosa di alternativo al quotidiano.
Il divertimento visto in maniera corretta, dal latino divergĕre, è uscire dall’ambito preconfezionato della quotidianità e assaggiare ciò che non ci è normalmente concesso a causa di tutta una serie di norme imposte, o regolato, se non addirittura vietato: questo non si fa, questo non si dice, ecc. La pratica buddhista dev’essere prima di tutto una pratica di “divertimento”, cioè una pratica del “divergere”. Ciò non significa assaporare quello che c’è al di fuori delle cosiddette convenzioni, indispensabili per una società civile e che vanno rispettate, ma divergere mediante il pensiero che nasce da 2.500 anni ininterrotti di storia, a partire dal Buddha Shakyamuni e, attraverso i maestri, giunto fino a oggi.
Il divertimento nasce da un’esigenza profonda dell’essere umano. Quando l’uomo si accorge che la sua vita è strutturata, preconfezionata, inevitabilmente cerca delle alternative, delle soluzioni palliative; ma non è né nel palliativo, né nel placebo che noi possiamo divergere.
Solo nel momento in cui la coscienza è sveglia, essa è positiva. Benché ci si renda conto che le Quattro Nobili Verità siano fondamentali e che, quindi, nascere è soffrire, vivere è soffrire, ammalarsi è soffrire, invecchiare è soffrire, morire è soffrire, non possiamo pensare che tutto sia solo soffrire; tra una sofferenza e l’altra ci sarà pure tempo e modo di divertirsi, stare bene, gioire, assaporare la bellezza insita nell’essere nati, nel fare l’amore, nel passeggiare, nel mangiare, nel guadagnare soldi e spenderli! Questo è il divertimento superficiale che tutti, in qualche modo, tendono a ottenere nel tentativo di evitare che la vita diventi una sorta di schiavitù opprimente!
Quando un praticante buddhista appartenente alla scuola Zen decide di vivere la vita in maniera veramente libera, deve imparare l’arte di divertirsi. Si tratta di un’arte, non di un’attività che capita per caso: bisogna sapersi divertire! Chi pratica una Via come la nostra deve stare molto attento a non prendere le cose troppo sul serio, perché poi finisce per crederci, e nel momento in cui si crede a una cosa, soprattutto nel momento in cui si crede monoliticamente a ciò che si sta facendo, si rischia di arenarsi, di fallire miseramente, perché si pensa che ciò che si sta facendo sia veramente la cosa migliore, ma ciò non è assolutamente vero.
Il Buddha Shakyamuni diceva: “Non dovete credere a nulla, dovete alimentare un costante dubbio”. Addirittura diceva: “Non dovete credere neanche a una sola parola pronunciata durante le mie prediche, se prima non l’avete sperimentata personalmente”. Quindi non bisogna fermarsi al sentito dire, non bisogna fermarsi all’insegnamento popolare, ma basarsi solo ed esclusivamente sulla propria esperienza personale, che si ottiene con mente, corpo ed energie che ci permettono di registrare e sperimentare.
Nel pensiero primitivo gli elementi di base erano la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria, lo spirito; nel Buddhismo gli elementi sono simbolicamente cambiati nell’idea di sé, la coscienza che essi sono legati ai sei sensi: la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto, la mente. Questi sono gli attrezzi di cui disponiamo per pilotare il corpo e la mente nel tempo e nello spazio, come se fosse una microscopica astronave che cerca di arrivare alla fine del suo percorso senza essere centrata da alcunché di imprevisto.
La percezione che abbiamo di noi stessi è legata all’immagine che vediamo riflessa nello specchio – la massa, il corpo – ma se siamo buoni praticanti, dobbiamo fare un salto di qualità e distaccarci dall’idea che noi siamo ciò che vediamo e tocchiamo. Questo salto di qualità è il “divertimento” stesso, è il vero “divergere”; è uscire dal codice del DNA della nostra appartenenza, impresso milioni di anni fa.
Da sempre si dice che il Buddhismo non ha niente di umano, non è fatto per gli uomini, perché se fosse fatto per gli uomini non ce ne sarebbe la necessità: gli uomini vivono benissimo anche così, come animali. Il Buddhismo è trascendere, è trapassare la condizione umanoide animalesca per accedere a una condizione che va al di là, che “diverge” e che quindi è “divertente”.
Cos’è che generalmente diverte? Ad esempio un imbianchino che scende dalla scala e mette il piede nel secchio della vernice ... Fa ridere tutto ciò che contrasta l’ordine previsto.
Compito di un praticante è attivare questo spirito e vedere, anche nell’incidente, il comico, perché non ha più voglia di illudersi che, anche facendo le cose perfettamente bene, otterrà per forza il risultato desiderato. Puoi fare tutto bene, ma non per questo i risultati saranno necessariamente ottimi; puoi fare tutto male, e avere risultati eccellenti. Fare le cose bene, essere aperti, buoni, gentili, comunicativi: questi comportamenti non devono essere strumentali, ma fini a se stessi, e quindi divertenti in sé. Il che presuppone non avere paura; l’assenza di paura è la conditio sine qua non per cui uno si diverta, qualunque attività stia svolgendo.
Molto importante è anche l’autoironia, il farsi ridere da soli, il chiedersi: “Io sono sufficientemente ridicolo ai miei occhi?”. L’autoironia è un’ottima medicina per la buona salute dello spirito e del corpo, e per una vita lunga e serena!
Eihei Dogen Zenji diceva: “Si deve praticare stando dentro la via ottenuta, ossia la vera pratica è quella dell’illuminato, non quella di chi deve o vuole illuminarsi”. A che cosa serve tutto ciò, se siamo già fondamentalmente illuminati? La natura stessa e tutto ciò che esiste è la manifestazione dell’illuminazione. A partire dalle cose più materiali fino a quelle più sublimi, indistintamente, tutte ne sono dotate nella stessa misura, perché l’illuminazione non è qualcosa di speciale, ma semplicemente l’essere dell’essere, e la consapevolezza dell’essere che le cose sono ciò che sono così come sono. Questa consapevolezza è l’illuminazione stessa: non esiste un’illuminazione migliore, superiore o più raffinata.
Dogen Zenji si è recato in Cina per cercare maestri che lo aiutassero a capire il nocciolo della questione, e alla fine ha trovato chi lo ha edotto, confermandogli semplicemente che la natura umana è già di per sé illuminata. Ma non è un quid oggettivo, bensì consapevolezza innata, preesistente alla nascita del padre e della madre; non è, quindi, un qualcosa che non c’è e che va ricercato, conquistato, ottenuto e posseduto, ma è un qualcosa di assolutamente immanente all’essere stesso. Ma allora, perché devo stare davanti a un muro per cercare una cosa che già possiedo? Perché devo stare per anni in Zazen illudendomi di raggiungere l’illuminazione, quando so di possederla già per natura?
Da lì in poi, nei secoli successivi, si è formata tutta la nostra scuola, che si fonda sull’elaborazione di questo principio di base. La vera pratica è quella dell’illuminato, non quella di colui che deve o vuole illuminarsi; da qui si è poi arrivati alla considerazione più avanzata che pratica e illuminazione non sono due cose separate. Non pratico per diventare illuminato; la mia pratica è la manifestazione stessa della mia illuminazione, e all’interno di essa non si fa nessuna differenza tra saggio, ignorante, stupido e illuminato, ma è qualcosa che dev’essere uguale per tutti.
Quando uno pensa di aver raggiunto l’illuminazione, smette di praticare? No, proprio perché fa Zazen e si rende conto di essere illuminato. Prima ancora di iniziare a fare Zazen, prima ancora di conoscere l’esistenza dello Zazen, sa che deve continuare a praticarlo, perché lo Zazen è la manifestazione stessa dell’illuminazione. Facendo Zazen manifesto la mia illuminazione, e la mia illuminazione esiste, vive, cresce e si manifesta attraverso la pratica. Si dice che pratica e illuminazione non sono differenti, e quindi non ci può essere pratica senza illuminazione, e non ci può essere illuminazione senza pratica. Quindi la vera pratica è quella dell’illuminato, non quella di colui che deve o vuole illuminarsi.
Nel Maka Hannya Haramita Shingyo, lett. “La pratica della grande saggezza” (Sutra del cuore) è scritto:
Nell’assemblea del Buddha Shakyamuni vi era un monaco che tra sé pensò: “Io onorerò sommamente la profonda saggezza. Sebbene nel mondo della saggezza non vi sia né nascita, né estinzione di tutti i fenomeni, tuttavia vi sono i precetti, la meditazione, la saggezza, la liberazione, la capacità di comprendere, la liberazione e la possibilità di raggiungerla. Inoltre, vi sono i frutti di coloro che entrano nella corrente, i frutti di coloro che ritornano una volta sola, i frutti di coloro che non ritornano più, i frutti dell’arhat che possono essere raggiunti. Inoltre, vi è la possibilità di raggiungere l’illuminazione per se stessi e di raggiungere l’ineguagliabile e suprema illuminazione; inoltre, vi è la possibilità di raggiungere i tesori del Buddha, della legge della Comunità [il Sangha]; inoltre, vi è la possibilità di raggiungere e far girare la ruota del sublime insegnamento, e la possibilità di raggiungere la liberazione per gli esseri senzienti”.
Il Buddha, avendo compreso il pensiero di quel monaco, gli disse: “È proprio così, è proprio così! La profonda e perfetta saggezza, molto sottile e difficile da comprendere.”
Quello che il monaco pensò tra sé è che onorare tutti i fenomeni significa rendere onore alla saggezza che va oltre nascita ed estinzione. Proprio il momento in cui si rende onore in questo modo, si realizza la possibilità di raggiungere la saggezza, cioè i precetti, la meditazione e la saggezza, e così via, fino alla liberazione per gli esseri senzienti. Questo è quello che viene chiamato “Mu”, il nulla. Il raggiungimento del “Mu” è possibile in questi termini. Questa è la profonda, perfetta saggezza, molto sottile e difficile da comprendere.
Quando nel Buddhismo parliamo del Mu, presupponiamo il nulla assoluto all’interno del quale niente può entrare e dal quale niente può uscire, perché non è un luogo, non è un stato, non è una condizione, non è un pensiero, non è un’idea. È quello che nel Taoismo si chiama Wu Wei, che è una non-condizione, un non-stato: è quello stato di mezzo in cui l’essere e il non-essere sono a pari distanza dal sé. Solo nel momento in cui queste due idee sono equamente distanti dall’idea che noi abbiamo di noi stessi troviamo la cosiddetta “Via di Mezzo”. È come camminare sul bagnasciuga della spiaggia senza mai bagnarsi; camminare esattamente sul limite tra la sabbia umida e la sabbia asciutta, né troppo di qua, né troppo di là: questa è l’arte del Wu Wei. Viaggiare in maniera attenta, consapevole, senza essere completamente nell’acqua e senza essere completamente all’asciutto.
Il Wu Wei del Taoismo corrisponde al Mu dello Zen, che vuol dire: “Né questo, né quello”. Alla domanda: “Un cane ha la natura di Buddha?”, la risposta più saggia è: “Mu!”, che tradotto in italiano potrebbe corrispondere a un “Boh!”. Una mucca o un cane hanno la natura di Buddha, ma non lo sanno; ce l’hanno come noi, ma noi sappiamo di averla, loro no. Ma il fatto di riconoscere di averla non ci rende migliori di loro.
Leggo la settima domanda del dodicesimo capitolo dello Shobogenzo di Dogen Zenji:
Monaco: “Riguardo alla pratica dello Zazen, coloro che non hanno ancora acquisito l’illuminazione nel Buddhismo possono acquisirla per mezzo dello Zazen. Ma per coloro che hanno già raggiunto la conoscenza del giusto Dharma buddhista, a che cosa serve?”.
Risposta di Dogen: “Benché non si debbano spiegare i sogni agli stupidi, perché non capirebbero, ed è difficile mettere nelle mani di un montanaro i remi di una barca, tuttavia è necessario che cerchi di spiegarti. Dunque, la concezione per cui pratica e illuminazione non sono la stessa cosa è un punto di vista non buddhista. Dal punto di vista del Buddhismo, pratica e illuminazione sono una cosa sola. Poiché in qualsiasi momento si tratta di pratica nell’illuminazione, la pratica del principiante è completamente il vero corpo dell’illuminazione. Poiché le cose stanno così, nell’insegnare l’atteggiamento della pratica s’insegna che, oltre alla pratica in sé, non ci si deve aspettare null’altro. Ciò perché lo Zazen è la diretta esperienza della vera illuminazione. Poiché la pratica è già illuminazione, l’illuminazione è senza limiti e, poiché l’illuminazione è pratica, la pratica non ha un inizio. Perciò, Shakyamuni Buddha e il venerabile Mahakasyapa, entrambi, fecero propria e misero in atto una pratica nell’illuminazione, e il grande maestro Bodhidharma e anche il patriarca Daikan, entrambi, furono attratti e spinti da una pratica nell’illuminazione. Questi esempi dimostrano che coloro che risiedono e mantengono il Dharma buddhista si mantengono allo stesso modo.
Vi è una pratica che non si allontana dall’illuminazione che è già presente. A noi, per nostra fortuna, è stata trasmessa questa pratica misteriosa, e la nostra ricerca della Via come principianti ha il significato di raggiungere il luogo incondizionato della vera illuminazione di noi stessi. Si sappia che per non inquinare le nostre aspettative di illuminazione che non è separata dalla pratica, viene insegnato che non si deve prendere alla leggera la pratica che i Buddha e i Patriarchi hanno portato avanti di continuo. Quando la lasciamo andare la misteriosa pratica, le nostre mani sono colme della vera illuminazione. Quando la vera illuminazione lascia il nostro corpo, la misteriosa pratica pervade tutto il nostro corpo.
Inoltre io ho visto con i miei occhi in Cina che in tutti i templi dello Zen vi era una sala di meditazione dove meditavano 500, 600, 1.000, o perfino 2.000 monaci, e dove giorno e notte si incitava alla pratica dello Zazen. E quando ho chiesto il significato del Buddhismo al maestro che aveva ricevuto il sigillo della trasmissione del Buddha, che risiedeva nel monastero dove stavo, mi fu risposto che il significato del Buddhismo stava nella non-dualità tra pratica e illuminazione.
Quindi, non solo vengono incoraggiati i discepoli a seguire la Via, ma anche le persone nobili che perseguono il Dharma, e coloro che ricercano la verità nel Buddhismo, senza discriminare tra coloro che sono principianti e coloro che sono veterani, senza distinguere tra persone comuni e santi; secondo l’insegnamento dei Buddha e dei Patriarchi, si incoraggia a seguire la Via del maestro e a praticare lo Zazen e basta. Non avete sentito quanto dice il maestro? Egli dice: «Non è che non ci sia pratica/illuminazione. È che essa non va inquinata». Inoltre ha detto: «Chi vede la Via, la pratica». Si sappia che si deve praticare avendo ottenuto la Via”.
L’unico modo di inquinare la pratica consiste nel pensare che questa pratica, questa Via siano uno strumento, un attrezzo che noi possiamo utilizzare per il nostro tornaconto personale. Nel momento in cui ci rendiamo conto che questa Via e questa pratica non sono un mezzo, né uno strumento, né un sistema per raggiungere l’illuminazione, siamo illuminati. Finché pensiamo che lo Zen e lo Zazen siano una Via per raggiungere l’illuminazione, noi abbiamo già contaminato la pratica, e la nostra illuminazione sarà sempre e comunque un’illuminazione relativa, perché contaminata da un’idea di sé che considera la pratica come un mezzo da utilizzare, e non come fine a se stessa. Nel momento in cui ci si rende conto che la pratica è fine a se stessa e che, quindi, non c’è qualcos’altro al di là del fatto in sé, la nostra vita automaticamente, naturalmente, spontaneamente, senza alcuno sforzo prende un altro colore. Ed è un colore che non favorisce l’autocompenetrazione filosofica, non presuppone un nichilismo che medita il suicidio (perché, tanto, tutto è vuoto!), che non presuppone l’abbandono di sé (perché, intanto, devo morire!). Perché un illuminato tratta bene se stesso, vive bene e soprattutto si diverte, nel senso che diverge da quelli che sono i condizionamenti che nascono dall’illusione che le cose che ci circondano siano oggettivamente reali, sostanziali. Vede la vacuità dell’impermanenza e si fa una gran bella risata!
Come dice il maestro taoista, dopo tanta sofferenza esce dalla caverna oscura, ritorna al mercato con la borraccia del vino e saluta tutti i suoi amici, chiacchiera allegramente e non fa fatica a frequentare nessuno, perché ne percepisce la vacuità, la fondamentale e assoluta impermanenza, e che tutto quello che lo circonda non è che un momentaneo teatrino che può essere sostituito in qualunque momento da qualcos’altro.
La percezione della vacuità, del Mu, del Wu Wei è la liberazione dai condizionamenti dei sensi, la liberazione dai condizionamenti dell’idea di ego, è la manifestazione dell’illuminazione stessa. Ma questa illuminazione non va né esibita, né mostrata, ma lasciata libera di manifestarsi. Quindi è la pratica che si sposa con l’illuminazione e diventa una cosa nuova, fresca, libera, ove tutti quelli che lo incontrano gioiscono e non vanno in depressione. Questa è la funzione del Buddhismo, ossia praticare da illuminati e non praticare per illuminarsi.
Ridere e scherzare è fondamentale per la nostra scuola. Significa darsi la possibilità di evadere, di divergere, di non prendere sul serio neanche la morte. Non nel senso di essere superficiali, ma di prendere le cose nella loro realtà, ossia nella loro non-sostanzialità. E ciò vale sia per il microcosmo che per il macrocosmo. Nulla è definibile in maniera assoluta; qualunque fenomeno, dalla più sublime delle gioie alla più grande delle sofferenze, sono tutte soggette all’instabilità che nasce dall’impermanenza fondata sulla non-sostanzialità. Quando si arriva a vedere chiaramente questo, si continua a prendere le cose sul serio, perché gli esseri umani hanno bisogno di prendere le cose sul serio; ma in fondo in fondo viene da ridere, perché è evidente che, alla fin fine, è uno scherzo colossale.
Bisogna smettere di prendere sul serio i massimi sistemi, e smettere di credere che ci siano realtà trascendenti che è possibile raggiungere. Bisogna fare le cose sul serio, ma divertendosi, perché, tanto, si sa che non esiste, che non è vero, perché è un continuo passaggio da una condizione all’altra, da uno status all’altro.
Non c’è nulla di definitivo; l’arte sta nel non fissarsi su nulla. Facendo ciò, si entra in un flusso in cui tutto ciò che accade, positivo o negativo che sia, diventa un flusso unico, senza più alcuna distinzione, perché tutto non è altro che una manifestazione provvisoria e aleatoria di una realtà priva di reale consistenza. Questo dev’essere fonte non di sconforto o depressione, ma di gioia, allegria e liberazione. Nella consapevolezza che tutto non è propriamente reale, si sviluppa uno spirito nuovo; la vita non cambia, il mondo rimane sostanzialmente uguale, ma cambia l’atteggiamento nei confronti delle cose e degli accadimenti.
Uno spirito illuminato non fa più distinzione tra bello o brutto, caldo o freddo, simpatico o antipatico, ricchezza o povertà, salute o malattia, vita o morte, non è più minimamente toccato dalle normali categorie di giudizio sulle cose, e questo è molto divertente.
Nella scuola Zen la disciplina è molto importante, ma, pur all’interno della disciplina, la vita non va presa troppo sul serio, perché se si prende in considerazione il concetto di vacuità, di impermanenza e di non-sostanzialità dei fenomeni, vien da sé che non vale la pena prendersela più del necessario; il che non vuol dire disinteressarsi o sottovalutare i problemi, ma semplicemente trovare una via di mezzo.
La vita è un gioco serio; bisogna mantenere sempre viva la consapevolezza che la vita è un gioco, con un inizio, una durata e una fine. La bellezza della vita consiste nella sua imprevedibilità e insondabilità, e il buon praticante dovrebbe sviluppare la conoscenza, che non consiste in nulla di mistico o di magico, ma è semplicemente vedere le cose così come sono da un punto di vista più ampio ed elevato. Se, mentre facciamo zazen, possiamo immaginare di essere il monte Sumeru, e sotto di noi vedere gli oceani, le montagne alte quattromila metri, che per noi sono solo colline, e poi le città, i ristoranti, ci viene da ridere pensando a tutto ciò che combina la gente illudendosi che sia vero. In realtà sono microrganismi che strisciano miseramente tra una nascita e un decesso. Poi, risvegliandoci, ci ridimensioniamo e ci rendiamo conto che anche abbiamo un monte Sumeru che ci sovrasta, … e così all’infinito, sia nel macro che nel micro. A quel punto si può mollare la presa, riposarsi e divertirsi.
Il triste è quando è troppo tardi. Per questo è opportuno cercare di risvegliarci il più in fretta possibile, perché, come dice Dogen, non c’è molto tempo per girarci attorno, la morte è in agguato in qualunque momento e bisogna essere pronti a morire con la pace nel cuore; questa è la nostra regola. La tristezza nasce dal fatto che, a un certo punto, quando si comincia a comprendere, si rischia di accorgersi che è troppo tardi per metterlo in pratica, perché si è ammalati, o troppo vecchi.
La problematica fondamentale dell’essere umano consiste nella difficoltà a vedere se stesso così com’è, senza proiezioni. Non sentirsi vecchi, non fissarsi sul fatto di essere ammalati, perché così non si guarisce; sentire, percepire l’impermanenza, sia per il positivo che per il negativo – perché è impermanente tanto il bene quanto il male – e quindi non prefissarsi percorsi obbligati, non farsi idee fisse, perché tenere un occhio attento al mutamento, alla trasformazione fa bene alla salute e toglie soldi agli psicanalisti e ai farmacisti.