Riflessioni
Il Buddhismo "puro" non è legato indissolubilmente al Giappone, alla cultura Zen, cinese, coreana, indiana, ecc. Esso propone un principio universale a fondamento del comportamento individuale di ognuno, considerato nel suo specifico ambito; non propone di modellare gli individui e creare una "forma" che vada bene per tutti. Correttamente inteso, è aperto a tutte le forme di comportamento, può essere adattato a quella del "santo" come a quella dell'ultimo dei "peccatori". Il compito di un individuo è quello di portare avanti se stesso fino alla fine, con coraggio e determinazione, senza aver paura della morte, del giudizio degli altri, di sacrificarsi, di diventare povero, di diventare ricco: questo è l'insegnamento. E l'obiettivo è una morte, non una vita; è morire bene avendo ben vissuto, cioè nel rispetto della vita altrui e della propria "natura autentica".
Maestro M. Dai Do Strumia
da “Il Cammino del cercatore”
– Libreria Editrice Psiche – 2009
Vorrei cogliere lopportunità di esprimere la mia profonda gratitudine ai leader mondiali e alla comunità internazionale per la preoccupazione espressa per la triste piega che hanno preso gli eventi in Tibet, e per il tentativo di persuadere le autorità cinesi a usare moderazione nel rapportarsi con le dimostrazioni.
Poiché il governo cinese ha accusato me di orchestrare queste proteste, io chiedo unindagine approfondita da parte di un ente degno di fiducia, che dovrebbe includere rappresentanti cinesi, che faccia chiarezza intorno a queste accuse. Un tale ente avrebbe bisogno di visitare il Tibet, le aree del Tibet tradizionale al di fuori della Regione Autonoma del Tibet, e anche lAmministrazione Centrale Tibetana qui in India. Affinché la comunità internazionale, e specialmente più che un miliardo di cinesi che non hanno accesso a uninformazione non censurata, possano scoprire ciò che realmente sta accadendo in Tibet, sarebbe di straordinario aiuto se anche rappresentanze dei media internazionali prendessero parte a tali indagini.
Che ciò sia inteso o no, io credo che una forma di genocidio culturale abbia avuto luogo in Tibet, dove lidentità tibetana è stata sotto costante attacco. I tibetani sono stati ridotti a uninsignificante minoranza nella loro propria terra, quale risultato dellenorme trasferimento di non tibetani in Tibet. Il tratto distintivo del patrimonio culturale tibetano, con ciò che lo caratterizza per lingua, costumi e tradizioni, sta svanendo. Invece di lavorare a unire le nazionalità, il governo cinese pone discriminazioni contro le minoranze nazionali, tra cui quella tibetana.
E comunemente noto che i monasteri tibetani, che costituiscono i nostri principali centri di trasmissione culturale, essendo inoltre il deposito della cultura buddista tibetana, sono stati pesantemente ridotti sia per numero sia per popolazione. In quei monasteri che ancora esistono, un serio studio del Buddismo tibetano è sempre meno permesso; infatti anche laccesso a questi centri di cultura sta venendo strettamente regolamentato.
In realtà non cè libertà religiosa in Tibet. Anche richiedere un poco più di libertà comporta il rischi di essere etichettati come separatisti. Né cè alcuna reale autonomia in Tibet, per quanto queste libertà fondamentali siano garantite dalla costituzione cinese.
Io credo che le manifestazioni di protesta che hanno luogo in Tibet siano una spontanea esplosione del pubblico risentimento creato da anni di repressione, contro le autorità che hanno trascurato i sentimenti della popolazione locale. Esse erroneamente credono che ulteriori misure repressive siano la via per ottenere lo scopo dichiarato, cioè unità e stabilità a lungo termine.
Da parte nostra, noi rimaniamo impegnati a intraprendere lapproccio della Via di Mezzo e a perseguire un processo di dialogo al fine di ottenere una soluzione di mutuo beneficio per la questione tibetana.
Avendo questi principi in mente, cerco anche il sostegno della comunità internazionale per i nostri sforzi, volti a risolvere i problemi del Tibet attraverso il dialogo, e mi appello a essa affinché inviti la dirigenza cinese a esercitare la massima moderazione nel rapportarsi con la situazione dei disordini in corso, e a trattare coloro che vengono arrestati con correttezza e lealtà.
Il Dalai Lama